Anche San Giovanni in Persiceto all’ultimo saluto a monsignor Giovanni Catti, già Persicetano ad honorem

Questa mattina la cattedrale di San Pietro a Bologna era gremita per lui: monsignor Giovanni Catti, scomparso venerdì a 90 anni compiuti il mese scorso. È stato educatore, pacifista, scrittore, biblista. Per dieci anni stretto collaboratore di Giacomo Lercaro, amico di Danilo Dolci, il poeta della non violenza. E ancora l’affettuoso Baloo, guida spirituale per generazioni di scout. Premiato di recente dal Comune di Bologna con la Turrita d’argento, al sacerdote nel 2003 è stata conferita la cittadinanza onoraria del Comune di San Giovanni in Persiceto “per il suo impegno nella divulgazione di una cultura per la pace”. Una richiesta pervenuta da un gruppo denominato “Comitato per una cultura di pace” (fondato dall’ex sindaco di Persiceto Giorgio Nicoli e, fra gli altri, dalle insegnanti elementari Maria Resca e Paola Morisi), che da tempo seguiva nelle proprie attività gli insegnamenti di padre Ernesto Balducci e, appunto, monsignor Giovanni Catti. Nell’esprimere le mie più sincere condoglianze in rappresentanza dell’intera comunità persicetana e a nome dell’amministrazione comunale, vorrei ricordare monsignor Catti con una frase che forse è il riassunto più efficace di una vita: “Era consapevole, come amava ripetere, che nell’educazione quasi tutto dipende da quasi niente, cioè l’educazione è offrire agli altri quello che si è e si ha, con semplicità e convinzione, sempre nel grande rispetto della libertà di chi abbiamo davanti”. Nella prima foto: l’ultimo saluto a monsignor Giovanni Catti presso la cattedrale di San Pietro a Bologna. Da sinistra: Il sindaco di Bologna Virginio Merola, il Presidente del Consiglio Comunale di San Giovanni in Persiceto Francesco Furlani e il Presidente del Consiglio Comunale di Bologna Simona Lembi. Nella...

La Politica ha fallito?

Sempre più spesso mi si chiede un’analisi oggettiva della situazione attuale. Sostanzialmente tutti i discorsi possibili, veritieri o meno, possiamo dire che aggirano attorno a un’unica grande domanda: la politica (sia essa italiana o europea) ha fallito? Bene, c’è un punto da chiarire. Non è il fallimento della Politica in quanto tale ad aver generato questo logoramento sfociante nella decrescita, ma di un modo di fare politica. È il fallimento di una classe dirigente, di partito sicuramente, ma fondamentalmente di guida del paese. La Politica è per antonomasia l’arte di amministrare. Amministrare cosa? L’intero andamento di un paese (sarebbe più opportuno parlare di sviluppo ma in un momento come questo non voglio allargarmi troppo). La Politica fallisce nel momento in cui non è più in grado di dare risposte concrete. La Politica italiana è sempre stata un susseguirsi di fallimenti, più o meno vistosi, più o meno percepiti, ma pur sempre presenti. Come recuperare questa fiducia? Come invertire questo cambio di rotta? In primis bisogna essere consapevoli che le politiche adottate negli ultimi decenni hanno prodotto i risultati oggi ben visibili. Allora perché ostinarsi a percorrere un binario che casomai cambia numero ma non direzione? Io ho studiato e studio il funzionamento della politica su carta, su aspetti teorici, su fondamentalismi greci e latini e sono ben consapevole della limitatezza all’interno della quale mi muovo, ma è proprio questo il punto. Siamo in una situazione dove nessuno ce la può più fare da solo. Un figlio senza l’aiuto dei genitori, una coppia con figli senza l’aiuto dei nonni, un operaio senza l’aiuto del datore di lavoro, un datore di...