La Politica ha fallito?

Sempre più spesso mi si chiede un’analisi oggettiva della situazione attuale. Sostanzialmente tutti i discorsi possibili, veritieri o meno, possiamo dire che aggirano attorno a un’unica grande domanda: la politica (sia essa italiana o europea) ha fallito?
Bene, c’è un punto da chiarire. Non è il fallimento della Politica in quanto tale ad aver generato questo logoramento sfociante nella decrescita, ma di un modo di fare politica. È il fallimento di una classe dirigente, di partito sicuramente, ma fondamentalmente di guida del paese.

La Politica è per antonomasia l’arte di amministrare. Amministrare cosa? L’intero andamento di un paese (sarebbe più opportuno parlare di sviluppo ma in un momento come questo non voglio allargarmi troppo).
La Politica fallisce nel momento in cui non è più in grado di dare risposte concrete. La Politica italiana è sempre stata un susseguirsi di fallimenti, più o meno vistosi, più o meno percepiti, ma pur sempre presenti.
Come recuperare questa fiducia? Come invertire questo cambio di rotta?

In primis bisogna essere consapevoli che le politiche adottate negli ultimi decenni hanno prodotto i risultati oggi ben visibili. Allora perché ostinarsi a percorrere un binario che casomai cambia numero ma non direzione?
Io ho studiato e studio il funzionamento della politica su carta, su aspetti teorici, su fondamentalismi greci e latini e sono ben consapevole della limitatezza all’interno della quale mi muovo, ma è proprio questo il punto. Siamo in una situazione dove nessuno ce la può più fare da solo. Un figlio senza l’aiuto dei genitori, una coppia con figli senza l’aiuto dei nonni, un operaio senza l’aiuto del datore di lavoro, un datore di lavoro senza una politica di ristrutturazione burocratica e di sviluppo, un paese senza la POLITICA.
Tutto è ormai concatenato tramite un minimo comun denominatore: ci si salva insieme o si affonda insieme.

Non è la divisione la soluzione, ma la condivisione. Condivisione di idee, di sforzi, di impegno, di energie, di speranze e di sogni. A condividere però non deve più essere soltanto la classe media (ormai purtroppo medio-bassa), ma si deve andare dall’alta imprenditoria alla base. Io posso proporre un’idea nuova del Paese, un’aspettativa di riscatto, posso ridisegnare un piano industriale per far ripartire l’economia, posso incentivare lo sviluppo delle energie rinnovabili, posso pensare a un’idea nuova di scuola e istruzione, modificare la burocrazia imprenditoriale e giudiziaria, aggiustare il sistema sanitario e mettere ordine nel settore pubblico. POSSO fare tutto questo? NO.
Allora riformulo: POSSIAMO fare tutto questo? SI. Mi spingo oltre: DOBBIAMO. Abbiamo l’obbligo morale e politico di farlo. Per coloro che ci sono e per quelli che verranno.

Tanti sono i discorsi che si potrebbero fare dal livello nazionale a quello locale, tante possono essere le analisi e i punti di vista ma l’obiettivo deve essere comune: salvare questo Paese. Da cosa? Dalla perdita di futuro. La Politica deve tornare a essere alla guida del Paese e non permettere più alle agenzie di rating di condizionarne la sorte.
Faccio un esempio: alla fine del governo Berlusconi e per tutto il governo Monti la parola chiave era spread, questo stava ad indicare come certe manovre fossero dettate da qualcosa di superiore: il mercato finanziario. Noi siamo stati zitti e abbiamo accettato. Dopo le elezioni politiche dove si è venuto a creare l’assoluto stallo politico e la successiva nascita del governo Letta, questa parola è magicamente scomparsa. Non vi fa pensare a nulla? I cosiddetti poteri forti non hanno fatto altro che raggiungere il loro scopo: impedire un governo di cambiamento e portare l’Italia in una situazione di totale immobilismo sociale dove al governo vi sono forze contrapposte e, in quanto tali, impossibilitate nell’agire strutturale delle riforme necessarie. Ancora una volta la nostra democrazia ha perso. Adesso però basta.

In questo scritto ho semplicemente cercato di guardare la realtà come da una telecamera che inquadra lo sfondo di una scena immobile.
Tante sono le critiche che mi vengono fatte e le domande che esigono risposte, io sono qui. Pronto a sbagliare ma a provarci, pronto a mettermi in gioco per questo Paese. Non sono più disposto ad accettare consigli quali: in Italia non hai possibilità, meglio se vai in Germania o Inghilterra.

Io perdo questa sfida nel momento in cui accetto questo come realtà.
Io perdo questa sfida MORALE nel momento in cui antepongo il mio futuro a quello dell’Italia. Io non ci sto. Il mio futuro è legato a questo Paese.
IO non mi tiro indietro.

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